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Alla scoperta del padel: intervista a Gustavo Spector

8 Agosto 2024

Qual è l’impugnatura migliore per la vibora? Come si contrasta una nevera? Quale posizione è meglio avere in campo? Il libro “Alla scoperta del padel” di Gustavo Spector risponde in maniera approfondita a queste e a tante altre domande, guidando giocatori di ogni livello nel perfezionamento di colpi specifici e nella strategia di gioco. Questo manuale può essere consultato sia in modo tradizionale, dalla prima all’ultima pagina, oppure approfondendo di volta in volta l’argomento che più interessa.

Corredato da decine di foto inedite scattate in campo, schemi di gioco, schede tecniche e illustrazioni esplicative, oltre a indicazioni, suggerimenti e curiosità, il volume raccoglie decenni di esperienza e passione. La stessa che ha contraddistinto la carriera di maestro di Gustavo Spector.

L’intervista
Gustavo Spector, coach e fondatore Spector Padel House

Come è nata l’idea di scrivere un libro e quanto tempo ci hai messo a scriverlo?
In realtà l’idea del libro è stata di un giornalista poco esperto di padel che, facendo delle ricerche, ha scoperto che in Italia esiste pochissima letteratura su questo sport. Ho proposto quindi a Rizzoli di pubblicare il libro e loro hanno accettato. Il progetto è iniziato a gennaio del 2023, ma, dopo soli due mesi, ho deciso di interrompere la collaborazione con il giornalista perché non aveva una conoscenza sufficiente del padel. A quel punto, ho contattato un altro giornalista assai più esperto che inizialmente ha accettato, ma poi ha rinunciato a causa dell’eccessiva mole di lavoro. A luglio dell’anno scorso mi sono ritrovato quindi con poco più di due capitoli scritti. È stato un momento difficile, durante il quale ho pensato anche di rinunciare al progetto. L’unica possibilità per finirlo era sfruttare il mese di agosto, quando mi trovavo in Argentina. Ogni mattina mi svegliavo alle cinque e scrivevo per almeno quattro ore. Ho scritto il libro direttamente in italiano, chiedendo qualche volta aiuto a un giornalista che si allena di tanto in tanto con me. La maggior parte del libro l’ho scritta in Argentina, poi a settembre l’ho completato e a dicembre ho consegnato tutto.

In futuro uscirà anche in spagnolo e magari in inglese? È una prospettiva di cui hai parlato con Rizzoli o è ancora presto?
Se il libro dovesse vendere molte copie, potremmo pensarci. In Argentina, chi mi conosce mi ha subito suggerito di tradurlo.

Hai letto il libro di Nito Brea? Il tuo approccio è diverso?
Sì, l’ho letto e penso che il mio sia un approccio più globale. Rizzoli mi ha lasciato campo libero e la prima domanda che mi sono fatto è stata: “Per chi dovrei scrivere questo libro? Maestri? Professionisti? Semplici appassionati?”. La risposta che mi sono dato è stata semplice: per tutti, non importa se dall’altra parte della rete c’è un numero 1, oppure il più inesperto dei partecipanti. In questo libro chi allena troverà sicuramente spunti interessanti per il proprio lavoro; il padelista di livello avanzato scoprirà dettagli importanti che miglioreranno il suo gioco; l’amatore avrà modo di esplorare e comprendere ogni dinamica relativa a questo sport meraviglioso, e in campo si divertirà ancora di più. L’obiettivo che mi ero posto era quello di sviluppare sia la tecnica che la tattica, analizzando le situazioni che si verificano normalmente in campo, per raggiungere un pubblico più eterogeneo.

All’interno del libro racconti anche qualche tuo aneddoto personale?
Sì, per esempio quando racconto la storia della nevera e come contrastarla. Lo faccio narrando una partita proprio contro Nito Brea, giocata insieme al mio compagno di sempre quando eravamo entrambi professionisti, e di come siamo riusciti a batterlo.

Racconti anche un po’ della tua storia?
Sì, per esempio racconto come ho scoperto la vibora, un colpo che ho imparato per puro caso. In Argentina non c’erano maestri, a quelli più bravi io e il mio compagno davamo 6-0/6-0, quindi ci allenavamo da soli.

Quando sei arrivato in Italia, e non c’erano ancora campi da padel, cosa facevi?
Sono arrivato in Italia a novembre del 2001. Nel 2002, mentre lavoravo come maestro di tennis, avevo già in testa il padel, ma praticamente non c’erano campi, tranne a Bologna, dove il movimento però era ancora troppo piccolo, quindi ho preferito lasciar perdere. Nel 2006 mi hanno chiesto di allenare quella che allora era la nazionale e l’ho fatto per un anno e mezzo. Solo più tardi, nel 2014, la federazione ha deciso di prendere in mano il padel e di cominciare a svilupparlo. Proprio lo stesso anno, ho vinto l’Internazionale di Italia con il mio amico messicano Gabo Loredo. Poco dopo, la Federazione mi ha chiesto di diventare il ct della nazionale e di tenere i corsi per i maestri.

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Secondo te, quanto tempo ci vuole prima che l’Italia possa diventare davvero competitiva come Spagna e Argentina?
Dipende da diversi fattori. Sono convinto che se si prendessero 20 ragazzi e 20 ragazze – non di 12/14 anni, ma ventenni con una buona base di tennis (non abbiamo bisogno di un Sinner o di un Alcaraz) in soli cinque anni potrebbero raggiungere un livello altissimo. Non ho nessun dubbio a riguardo. Gemma e Paula, per esempio, arrivano entrambe dal tennis. Tuttavia, ci tengo a precisare però che non tutti i tennisti si adattano bene al padel.

C’è una differenza, a tuo avviso, tra la scuola argentina e quella spagnola?
Anche nel tennis si è parlato molto di questa cosa. Gli spagnoli hanno sempre fatto tanto volume di gioco e hanno approcciato il padel nello stesso modo, non ottenendo grandi risultati. Non è un caso se i migliori coach sono argentini, come, per esempio, Rodrigo Ovide e Gabriel Reca, per citarne due. Loro sono in Spagna da più di 15 anni e, ancora oggi, sono i più bravi. In Argentina, l’approccio è sempre stato più tattico, come è il gioco stesso. I giocatori che alleno spesso vengono dal tennis e sono abituati a tirare centinaia di palline al cesto. Quello che faccio io invece durante gli allenamenti è metterli in condizione di sviluppare una soluzione per risolvere in campo qualsiasi problema. È fondamentale.

Oggi, secondo te, quanto pesano le componenti fisica, tecnica e tattica nel padel di alto livello?
Questo è un argomento sul quale si discute sempre ampiamente. In generale, a parità di abilità tecnica, la componente tattica diventa cruciale. Tuttavia, sebbene una solida preparazione tecnica e tattica siano essenziali, non si può ignorare l’importanza della preparazione fisica. Ci sono giocatori magari anche molto più talentuosi, con un’eccellente mano e visione di gioco. Ma se fisicamente non sono al pari dei migliori atleti, non possono giocare a certi livelli.

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